Ospedale di Lodi: dopo le dimissioni in blocco di tre ginecologi al Maggiore di Lodi e la chiusura della sala parto di Codogno abbiamo cercato di capire a cosa sia dovuta questa emorragia.

Ospedale di Lodi e Codogno

All’ospedale di Codogno sono stati bloccati i parti in quanto mancano le condizioni di sicurezza per le pazienti. La decisione è stata assunta dai vertici dell’Asst nella giornata del 4 aprile a causa della mancanza di ginecologi. In qualche modo sembra che i professionisti abbiano spinto per la chiusura del punto nascite di Codogno, dove ora non ci sarebbero più le condizioni di sicurezza sia per i medici che per le pazienti. Pochi giorni prima si è data notizia delle dimissioni in blocco di 3 ginecologi impiegati al Maggiore di Lodi. Da tempo la ginecologia di Lodi e Codogno soffrono per la mancanza di personale. Non ci sarebbero più i numeri per garantire l’assistenza. Abbiamo sentito Danilo Mazzacane, segretario generale Cisl Medici Lombardia, che ci ha spiegato il vero nodo alla base di queste defezioni a raffica, sottolineando – in primis – che non si tratta esclusivamente di un fenomeno diffuso nel Lodigiano.

Ginecologia in sofferenza generale

“La situazione non è imputabile esclusivamente al Maggiore di Lodi, l’anno scorso al Sant’Anna di Como ci sono state circa 30 persone che in blocco hanno presentato dimissioni o chiesto mobilità, in quel caso la direzione non ha potuto accettarle, ovviamente, perché significava chiudere l’Ospedale. Teniamo inoltre presente, per ciò che concerne il caso specifico di Lodi, che non è un caso che la maggior parte dei problemi riguardino proprio i ginecologi” spiega Mazzacane. “Ciò dipende da una serie di fattori, primo fra tutti l’alto costo delle assicurazioni che un ginecologo che opera in sala parto deve affrontare, cifra che si aggira intorno ai 18mila euro annui. A questo si aggiunge il ventaglio di problematiche relative all’impiego presso gli ospedali pubblici, che da una decina d’anni allontana numeri significativi di medici dalle corsie ospedaliere”.

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In fuga verso soluzioni ambulatoriali o all’estero

“Lavorare in un ospedale pubblico oggi significa sottoporsi a turni di lavoro massacranti, a fronte di nessuna possibilità di fare carriera. Non attira più, per le condizioni in cui si deve lavorare, senza prospettiva. Ben venga la gavetta, ma se c’è un futuro. All’estero molti medici italiani fanno carriere brillanti, anche accademiche, e sono ben pagati. Quando, in Italia, vediamo deserto un concorso per i medici di pronto soccorso è utile che si chieda il perché. Si va incontro a una situazione di precariato, sottopagati – 25 euro all’ora lorde, oltre alla tassazione canonica bisogna aggiungere le spese extra per l’assicurazione – con rischio di essere aggrediti, come spesso sta accadendo nel nostro Paese. Tutto questo sapendo che non si farà mai carriera.”

Non solo problemi per i giovani

E se i giovani, stando al quadro spiegato da Mazzacane, sguazzano nel precariato senza grosse chances di avanzamento anche i medici di mezza età fanno i conti con dei grossi problemi. “Oggi medici di mezza età, anche a fronte di condizioni di salute precaria accertate, si ritrovano a fare turni su turni nonostante la salute non lo consenta. I dirigenti ospedalieri non possono far altro che far rispettare delle linee guida che arrivano dall’alto, è chiaro che sarebbe necessario mettere mano seriamente in termini politici a questo sistema, che ormai è al collasso.”

 

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